attualità di federico caffè

Attualità di Federico Caffè

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Sono passati 20 anni da quella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1987, quando Federico Caffè uscì silenziosamente dalla sua casa e si dissolse nel nulla. L'avevo conosciuto, anni prima, a Roma, in casa di Edoardo Volterra, insieme a Riccardo Lombardi, al quale era legato da una profonda comunanza di idee e di valori. Ho pensato spesso quale potesse essere il legame fra uomini così diversi per interessi culturali e storia personale, e sono giunto alla conclusione che questo legame era soprattutto il rigore civile e morale verso se stessi e verso gli altri.

Quando Lombardi morì, nel 1984, Caffè scrisse di lui: "...era un indispensabile punto di riferimento al quale si era portati a rivolgersi nel succedersi delle illusioni e delle delusioni, che hanno contraddistinto la vita del nostro Paese". In queste due parole io sento la stessa malinconia che aveva contraddistinto l'ultima parte della vita di Riccardo Lombardi, quella "solitudine del riformista" che fece scrivere amaramente a Caffè "l'odierna voga del ritorno al mercato costituisce, in definitiva, una pavida fuga dalle responsabilità". Ma questa malinconia non deve essere scambiata né in Federico Caffè né in Riccardo Lombardi, in rinuncia, perché " la fiducia che le idee finiscono per prevalere sugli interessi costituiti non può essere abbandonata da chi ne abbia fatto il fondamento della propria visione della vita". E' questo il messaggio più bello che ci ha lasciato Federico Caffè.

Vent'anni dopo, la lettura dei suoi scritti induce ad alcune domande. Chi era in realtà Federico Caffè? Un liberale? Se si riflette sul pensiero liberale nella concezione dei suoi due massimi esponenti italiani, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, si sarebbe portati a rispondere positivamente a questa domanda. Benedetto Croce nella "Storia d'Europa nel secolo decimonono", così definiva gli utopisti: "Utopisti furono quelli che si dettero a credere che la questione sociale o ‘la questione della Storia' sarebbe stata bella e risoluta con l'innalzare gli espedienti economici liberistici a principi assoluti, a legge della umana convivenza, ripromettendosi da ciò la pacificazione di tutti i contrasti, l'appianamento di tutte le difficoltà, la felicità umana; il che non si poteva pensare se non ponendo, in ultima analisi, la legge della storia al di là della storia". Luigi Einaudi nelle sue "Lezioni di politica sociale" così definisce il mercato: "il meccanismo del mercato è un impassibile strumento economico, il quale ignora la giustizia, la morale, la carità, tutti i valori umani. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni".
Si può considerare Caffè un liberale progressita? Si, se si pensa a Franklin Delano Roosevelt, che nel 1933 inviò al Congresso degli Stati Uniti un messaggio per accompagnare due disegni di legge che assunsero una importanza storica: il Public Utilities Company Act (che era la base istituzionale per la lotta contro i gruppi elettrico-finanziari) e la creazione della Tennesse Valley Authority. "Contro le concentrazioni di ricchezza e di potere economico che le holding hanno creato nel campo dei servizi pubblici", scriveva il Presidente Roosevelt, "una regolamentazione ha poche possibilità di successo".

Ma Federico Caffè scrisse, per un lungo periodo, solo su un quotidiano comunista, il Manifesto. Perché lo fece? Per mantenere una assoluta indipendenza di giudizio, io credo. Egli era contro il mercato fine a se stesso, contro cioè quella dottrina del "laissez faire" che affida alla cosiddetta "mano invisibile" il governo del mondo. Ma la sua battaglia più dura fu contro il mercato finanziario. E' memorabile la sua definizione della borsa, che egli considera "un gioco spregiudicato che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione e il pratico spossessamento dei loro peculi". Ma egli fu anche un uomo delle grandi istituzioni dello Stato, alla cui funzione credette fermamente. E' noto, a questo proposito, il suo legame con la Banca d'Italia. Ho ritrovato recentemente un significativo ricordo di Carlo Azeglio Ciampi:

"Negli anni settanta tutto il volume della Relazione Annuale veniva letto e discusso ad alta voce due volte. La prima volta il dattiloscritto veniva letto pagina per pagina in aprile. La seconda volta veniva letto in bozze da un gruppo fisso che comprendeva Carli, Baffi e uno dei due vice-direttori generali, il Capo Servizio Studi e di volta in volta i capi degli uffici interessati. Oltre a costoro, era sempre presente, seduto in silenzio, Federico Caffè. I suoi interventi erano i più misurati. Caffè era della idea che le osservazioni più gravi si dovevano fare sempre e soltanto a quattrocchi, mai in pubblico. La presenza di Caffè era utilissima, perché spesso gli animi si scaldavano, e quando c'erano contrasti o critiche, contraddizioni molto forti, mentre noi discutevamo, Caffè con la sua matitina vergava sul margine delle bozze la soluzione che accontentava tutti. Era un forte elemento di moderazione, anche linguistica, proprio lui che veniva considerato "di sinistra".

Allora chi era Federico Caffè? Egli si definisce un riformista, e anche da questa definizione nasce la gratitudine che gli dobbiamo, perché la parola riformista si presta oggi a pericolosi equivoci. Non è quindi inutile ripetere quella definizione che è diventata ormai famosa: "il riformista è convinto di operare nella storia, ossia nell'ambito di un sistema di cui non intende essere né l'apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del sistema". Per Caffè, d'altra parte, utopia non era affatto una brutta parola:"per uno scienziato quel che gli altri definiscono utopia è solo anticipazione di esiti che debbono superare le resistenze del presente". Queste parole sono più che mai attuali, in un momento nel quale noi, uomini e donne della Sinistra, abbiamo idee diverse e confuse, perché ci aiutano a riflettere su noi stessi, per ritrovare, speriamo, dall'insegnamento di questi Maestri, la "diritta via", che abbiamo smarrito.

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